Gianfranco Chiavacci

VALENTINO, L'ABISSO, IL SILENZIO
LA SOCIETA' DIGITALE
... E (perché no ?) L'ARTE

Pistoia, maggio-giugno 1997


C'era una volta Valentino lo gnostico, che non riuscendo a rispondere direttamente ad una domanda circa le origini, rivoltagli da un caro allievo, narrò questa favola-apologo.

"In origine era l'Abisso, un maschio tutto mente.
Ma essendo preso nei ghirigori di questa,
gli era preclusa ogni possibile uscita.
E così non partoriva nulla,
nonostante il suo affanno mentale.

Un giorno, sul far del tramonto,
gli apparve una femmina-verità, Silenzio,
che per cause ontologiche
non era, o almeno, inesisteva, sterile, incapace,
ma forse nemmeno, di farsi feconda.

Abisso, con la sua abituale riservatezza (mentale),
si avvicinò lentamente, mentalmente presumo,
a Silenzio e, fu come fu, riuscì a fecondarla.

Evento veramente epocale ... seppur silenzioso!

Da questa unione nacquero Sapienza, Intelletto
e una sequela di Eoni che da allora dilettano
e perseguitano gli umani."

L'allievo si dichiarò soddisfatto


COMMENTO SEMISERIO E SEMIVERO

La mente, se non feconda la verità, rimane senza frutti tangibili.
La verità, se non è fecondata dalla mente, rimane inesistente, sterile.

La mente e la verità insieme sono come lo 0 e l'1 di un codice binario.
Ma una sequenza di soli 0, qualunque sia la sua estensione, è meno che niente, è come un
neg-infinito, un soffritto continuo di monotonia.
Così una sequenza di soli 1, qualunque sia la sua lunghezza, esprime solo se stessa, è priva
di significato relazionale, è come contare da 1 all'infinito.

E allora?

1. Non ci preoccupiamo del significato di "mente" e "verità".
Qualunque cosa significhino, ci interessa constatare che comunque qualcosa nasce soltanto
nell'attualità del loro rapporto duale.
E' questo che innesca il processo comunicativo, dando ad esso nel contempo anche senso
performativo.

2. La sterilità dei due singoli momenti, se presi scissi dal rapporto duale, ci richiama una ferrea
legge di natura: tutto è comunicazione.

3. Ma Silenzio è tuttora disponibile a farsi fecondare ?
C'è Silenzio ? Dov'è ? Chi è Silenzio ?

4. Abisso. E' proprio sterile o, magari, in un occasionale rapporto con Silenzio, in epoche
'storiche', ha escogitato (gli è proprio!) una variante per autoriprodursi ? La tecnologia ?
Non so. L'Artificiale ?
E' riuscito a clonarsi, magari con piccoli programmati spostamenti autogenetici (combinatori ?)
tali da permettergli di 'far da sé' ?
Con quali ridondanze ?
Il mentale è diventato (possibile ?) automentale (ha senso ?) ?

"" ... si pose automentalmente la domanda ... ha un'infermità
automentale ... stava riflettendo automentalmente ...""
e via di questo passo.

Lo slogan dell'IBM negli anni sessanta e che faceva mostra di sé
in ogni ambiente, era "RIFLETTETE !", THINK !

5. L'allievo, a questo punto, non avrebbe potuto che dichiararsi insoddisfatto.



libera riflessione sul testo

Il testo del 1997 è un piccolo laboratorio filosofico in cui Chiavacci fa collidere tre registri che normalmente restano separati: il mito gnostico, la teoria dell’informazione e l’autobiografia tecnologica. Vale la pena seguirne la struttura prima di interpretarla.


La cornice gnostica e il suo slittamento. Il racconto di Valentino riprende, in forma compressa, la cosmogonia valentiniana trasmessa da Ireneo e Ippolito: la diade primordiale Bythos/Sige (Abisso/Silenzio) genera Nous e Aletheia, dando avvio al Pleroma degli Eoni. Chiavacci non cita la fonte per esibire erudizione patristica, ma per impossessarsi di una struttura logica precisa: l’origine non è un principio unico e pieno, ma una coppia — un termine “tutto mente” e un termine che “non era, o almeno, inesisteva”. È significativo che la fecondità nasca proprio dall’incontro tra un eccesso (la mente che si avvolge su di sé, sterile per saturazione) e un difetto ontologico (Silenzio, sterile per assenza). Chiavacci legge nel mito gnostico non un racconto teologico, ma un teorema sulla generatività: né il pieno né il vuoto, presi isolatamente, prodúcono senso.


Il salto al codice binario. Qui sta la mossa più ardita del testo: la traduzione immediata della diade gnostica nella coppia 0/1. Ma Chiavacci non si limita all’omologia decorativa “due principi = due cifre”. Aggiunge un’osservazione che è, di fatto, un enunciato di teoria dell’informazione formulato in linguaggio non tecnico: una sequenza di soli 0 o di soli 1, comunque estesa, non porta informazione — è “meno che niente” o “priva di significato relazionale”. È esattamente l’intuizione shannoniana per cui l’informazione non risiede nel simbolo ma nella differenza tra simboli, nella variazione che rompe la ridondanza. Chiavacci arriva a questa intuizione non passando per l’entropia di Shannon, ma per la via apofatica della teologia negativa: l’Abisso che non partorisce nulla “nonostante il suo affanno mentale” è già una descrizione, in altri termini, di un canale a entropia zero. È un punto che merita di essere segnalato con precisione nel saggio per Leonardo: qui Chiavacci non illustra la teoria dell’informazione con un’immagine mitologica, ne ricava una versione autonoma, generata da una tradizione di pensiero (la gnosi, la teologia negativa) del tutto estranea alla cibernetica.


La svolta pancomunicazionale. Dal punto 1 e 2 del commento emerge una tesi metafisica forte e poco appariscente: “tutto è comunicazione” come legge di natura. Non è una metafora new-age: è la conseguenza logica del ragionamento precedente. Se il senso esiste solo nell’attualità del rapporto duale, allora ogni ente isolato è, per definizione, muto — la comunicazione non è un evento che accade tra entità già dotate di senso, ma la condizione stessa di possibilità del senso. Questa è una posizione che anticipa, con vent’anni d’anticipo e per vie completamente indipendenti, alcuni snodi della filosofia dell’informazione che diventeranno centrali solo a partire dai primi anni 2000 (penso a Floridi, ma anche, più vicino alle fonti di Chiavacci, alla linea Bense-Wiener). Per il tuo argomento sulla traiettoria storiografica, questo è un tassello importante: mostra che la “rete logica binaria” non è in Chiavacci un dispositivo visivo isolato, ma l’espressione formale di una riflessione filosofica coerente, sostenuta per decenni.


Il nodo più rischioso e più interessante: l’“automentale”. Il punto 4 è dove il testo smette di commentare il passato e comincia a interrogare il proprio presente tecnologico. Chiavacci si chiede se l’Abisso — la mente — abbia trovato, “in epoche storiche”, una via per autoriprodursi attraverso la tecnologia, attraverso l’Artificiale, attraverso “piccoli programmati spostamenti autogenetici”. Il neologismo “automentale” è una proposta lessicale per nominare un pensiero che non ha più bisogno del soggetto che pensa — un pensiero che si dà come funzione autonoma, programmabile, ricombinabile. Nel 1997 questo non è ancora il dibattito sull’IA generativa che conosciamo oggi, ma ne condivide esattamente la struttura del problema: cosa accade quando il “riflettere” si stacca dalla coscienza e diventa processo automatico? Il fatto che Chiavacci faccia atterrare questa domanda speculativa proprio sullo slogan IBM “THINK!” — lo stesso contesto biografico dei corsi di programmazione del 1963 — non è un dettaglio aneddotico: è la cerniera che lega la sua ontologia della comunicazione alla sua storia personale con la macchina. Qui il testo si autocertifica, in qualche modo, come prova documentale interna della continuità del pensiero di Chiavacci sul bit come categoria filosofica autonoma, non come scoperta puramente estetico-formale del 1963 ma come questione che lo accompagna criticamente per oltre trent’anni.


La chiusura ironica come compimento, non come vezzo stilistico. L’ultima riga — l’allievo “non avrebbe potuto che dichiararsi insoddisfatto” — non è una battuta buttata lì. È la dimostrazione performativa della tesi. Se il senso nasce solo nel rapporto duale e mai nella risposta definitiva (l’1 pieno) né nel silenzio assoluto (lo 0 vuoto), allora anche la struttura del dialogo maestro-allievo deve restare aperta: la soddisfazione iniziale dell’allievo, di fronte al mito, viene smentita dall’insoddisfazione finale, di fronte alla domanda sull’Artificiale. Il testo si chiude nello stesso luogo logico in cui si era apertura: nella sterilità del termine isolato, qui incarnata dalla domanda senza risposta. Chiavacci non sta evitando di rispondere per pigrizia retorica: sta enunciando, con la forma stessa del testo, che certe domande sull’autonomia del pensiero artificiale possono solo restare relazionali, mai risolte in un enunciato definitivo — esattamente come 0 e 1 isolati.


Nel complesso, il testo del ‘97 funziona come un piccolo trattato criptato sulla propria poetica: ciò che nei lavori fotografico-binari di Chiavacci si dà come elaborato visivo qui si dà come argomentazione filosofica esplicita, con la gnosi valentiniana come tramite inatteso ma logicamente coerente. È un documento che, per la tesi storiografica dell’archivio, vale più di molte dichiarazioni programmatiche: mostra un pensiero che usa il binario non come stile ma come categoria ontologica con cui interrogare, già nel 1997, la possibilità di una mente “automentale” — questione che la cultura digitale avrebbe affrontato compiutamente solo molto più tardi.

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