"NELLO STUDIO OPERE RECENTI"
Premessa
La prima dettagliata trattazione teorica della sintassi binaria l'ho esposta nello scritto LA BINARIETÀ' E LO SPAZIO BIDIMENSIONALE - Analisi di una ricerca sperimentale in arte del dicembre 1980.
Lo scritto che qui presento, redatto in occasione del piccolo evento-itinerario NELLO STUDIO - OPERE RECENTI allestito nel mio laboratorio, vuole essere un contributo ulteriore alla comprensione ed esplicitazione delle problematiche interne ed esterne al mio operare artistico.
E' stato preceduto, nel settembre 1993, da un altro scritto, più consistente, intitolato L'EVOLUZIONE DELLA BINARIETÀ, nel quale ho cercato di evidenziare, attraverso l'analisi puntuale delle opere prodotte dal 1979 al 1993, il filo della ricerca che nel tempo si è resa sempre più complessa ma anche più ricca.
Lo scritto odierno è quindi in parte un'estrapolazione del precedente, del quale ha perso la dimensione storica, ed in parte un arricchimento teorico per quel persistente flusso di idee, problemi, riflessioni che accompagna sempre la ricerca sperimentale.
Questa ritengo che non sia tale se non contiene sempre in s‚ il seme del dubbio metodico, humus nel quale nuove acquisizioni possono prendere corpo.
Il titolo dell'ultima mia mostra, tenutasi alla Galleria OPERA di Perugia nel maggio del 1994, era LIMITI.
Con essa volli significare che ogni lavoro creativo, magari ogni gesto, al di là della sua complessità e ampiezza, segna un limite.
E ciò in più direzioni:
1 - rispetto al complessivo operare di quell'artista, marcando un territorio fino allora inesplorato, oppure diversamente esplorato, oppure ancora parzialmente esplorato o solo accennato e così via;
2 - rispetto alla positività dell'atto nel senso di una rottura (e rottura specifica, determinata) del silenzio su ciò che l'atto esplora e, specularmente, persistenza del silenzio su ciò che l'atto, limitato, non esplora (ma è possibile rilevare questa silenziosità residua ?);
3 - rispetto alla costellazione combinatoria degli allontanamenti dal centro nucleare dell'agire proprio dell'artista (e ciò parzialmente rinviando al punto 1);
4 - rispetto all'ambito di attese che la cultura arte (in senso lato e nel suo complesso, sia come storia dell'arte che come conoscenze percepite) dinamicamente genera.
Le opere che vennero presentate alla rassegna di Perugia cercarono di mettere in interrelazione questi eventi positivi, proponendo un itinerario complesso di atti e di verifiche, di ambiti e di pertinenze e suggerendo così una continua e problematica provvisorietà conoscitiva che è uno dei temi fondamentali della mia ricerca sulla binarietà.
In altra sede ho rilevato come lo specifico del mio lavoro sia la coniugazione di un paradigma che traslatamente, operando qui e ora a livello linguistico, recita: dire è il dire del dire.
L'attenzione è posta tutta nel processo interno al farsi (attenzione bidirezionale: genetica e articolatoria).
Non vi è referenza esterna se non nella primaria, storica, essenziale assunzione una tantum da contenuti extraartistici, di un dato: la binarietà.
Da allora il meccanismo autogenera se stesso e le proprie finalità come interconnessioni che si moltiplicano e si intersecano ad ogni minimo procedere e variare, secondo una sintassi all'uopo generata, della fattualità operativa.
Da ciò emerge una tautologia fondante i limiti della ricerca artistica, almeno per quanto mi riguarda, ma lo schema è generalizzabile per questo suo aspetto auto-nomistico (la vera 'autonomia' dell'arte è questa).
Detta tautologia è rappresentabile, se dobbiamo ancora usare il livello linguistico, in una sequenza-matrice ternaria di dire:
nella quale:
1 - è la concreta e specifica comunicazione (stadio fattuale)
2 - è la tecnica pertinenziale (stadio modale)
3 - è la possibilità comunicativa originaria (stadio potenziale).
Da qui gli itinerari tautologici:
1 - 2 - 3 la concreta e specifica comunicazione è l'articolazione, attraverso la tecnica pertinenziale, delle possibilità comunicative originarie;
2 - 3 - 1 la tecnica pertinenziale articola la possibilità comunicativa originaria in atto di concreta e specifica comunicazione;
3 - 1 - 2 la possibilità comunicativa originaria si traduce in atto di concreta e specifica comunicazione attraverso la tecnica pertinenziale.
Questo schema è una versione generalizzata del processo che è pensabile si attui ogniqualvolta vengono compiuti atti comunicativi.
Una versione di questa matrice, più relata alla mia ricerca, potrebbe essere nella quale:
1 - articolazione del reale fattuale (fattualità)
2 - scelte operative di sintassi binaria (modalità)
3 - la binarietà come processo intenzionale (potenzialità)
Conseguentemente gli itinerari tautologici diventeranno:
1 - 2 - 3 l'articolazione del reale fattuale avviene sulla base di scelte operative di sintassi binaria che attuano la binarietà come processo intenzionale;
2 - 3 - 1 le scelte operative di sintassi binaria attuano la binarietà come processo intenzionale articolando il reale fattuale;
3 - 1 - 2 la binarietà come processo intenzionale è articolata nel reale fattuale attraverso scelte operative di sintassi binaria.
Tutto lo schema può apparire abbastanza ovvio, ma ritengo che la continua coscienza dell'intero processo che esso identifica e cristallizza, sia modalità comportamentale di chi vuol tener viva, nel proprio agire, la consapevolezza della operatività che ogni scelta comporta.
Per inciso bisogna notare che lo schema indicato richiama un concetto di limite, con il quale ho aperto questo scritto, sia per la riduzione necessariamente semplificante che esso comporta rispetto alla realtà del fenomeno che indica, sia, più propriamente, livello comunicativo diverso dalle precedenze e procedure della ricerca positiva che esemplifica.
Ma continuando la navigazione al suo interno, si può osservare che le sequenze-itinerario indicate (1 - 2 - 3, 2 - 3 - 1, 3 - 1 - 2) comportano, da un' ottica combinatoria, anche la possibilità di un senso invertito e cioè 3 - 2 - 1, 1 - 3 - 2, 2 - 1 - 3.
Questo ci permette (atto illuminante del ribaltamento avanti/indietro, diritto/rovescio ecc. - antinomie ricorrenti nella mia ricerca), di identificare meglio tre diversi modi, che attengono al punto di attacco del processo che può, nelle varie realtà della ricerca, essere diversamente causato.
Il modo A (3 - 2 - 1) si realizza quando la spinta ad agire operativamente è dovuta alla preponderanza dell'intero processo rispetto ad eventuali singole realtà fattuali e scelte procedurali binarie (quasi un solipsismo della teoria). Lo identifico come comportamento deduttivo.
Il modo B (1 - 2 - 3), da ritenersi opposto a quello A, può essere definito comportamento induttivo perch‚ è sì accompagnato dalla consapevolezza causale dell'intero processo, ma a partire dalla realtà fattuale che si sottopone alla concretezza operativa.
Esiste poi un modo C nel quale accade che lo stimolo non parte n‚ dalla binarietà come processo intenzionale (potenzialità) n‚ dalla concretezza della fattualità, ma dalla spinta che il meccanismo stesso (definito nello schema modalità) genera nella sua dinamicità operazionale con a monte una sintassi.
Si direbbe non processo intermedio di una generica intermedietà combinatoria (come semplificatamente esprime lo schema), ma stadio eccitato ed oscillante nel tentativo di mettere in moto un coerente qualsiasi esito compreso entro i due poli tra i quali si di-batte.
Un'ulteriore considerazione: mentre il modo A (comportamento deduttivo) ed il modo B (comportamento induttivo) rappresentano modi storicamente classici o lineari nel farsi rispettivamente coscienza teorica e comportamento pragmatico, il modo C sembra avvicinarci ad ambiti di processi non lineari o quantomeno, una volta innescati, autogenetici, quasi automatici, con un ampio margine di imprevedibilità circa la localizzazione nella quale emergerà la loro forza genetica.
Nasce qui, spontaneo suggerimento che prenderò come digressione, il pensare a territori problematici completamente diversi, che si costituiscono, suscitando anche preoccupati scenari, nelle società a tecnologia avanzata, in cui si sia definitivamente attivato un processo nel quale i momenti autogenerativi della tecnologia in atto determinano e ridefiniscono continuamente sia la concretezza dell'esistente, sia, qui con espressione generica, le premesse teoriche intorno e sulla base delle quali è ritenuto si fondano e si organizzano i sistemi sociali.
Non è un caso se il linguaggio, quello diffuso ed omologante, nella sua continua tensione verso l'esistente, riflette questa polarizzazione normalizzando, per esempio, la desuetizzazione del termine tecnica e la promozione ridondante di tecnologia. Sembra così ormai accettato che tecnica allude ad operazioni manuali o di meccanizzazione primaria mentre tecnologia rinvia ad un know-how che non è più soltanto la letteraria abilità, ma un complesso stratificato di conoscenze specialistiche, anche interdisciplinari, computerizzabili, a forte proiezione sperimentale e innovativa (e anche, prendiamone atto, a forte carica mitopoietica).
Chiudo qui la digressione ma è comunque mia convinzione che la ricerca artistica più ficcante e consapevole è sempre stata quella che ha fatto e fa (esplicitamente o meno) della contemporaneità nei suoi aspetti meno episodici e transitori o probabilisticamente combinatori, il fondale di discreto riferimento.
Ciò riflette una realtà della ricerca artistica sperimentale (sperimentale: termine oggi così preclaramente innominato) e cioè che essa non può ignorare i problemi, i meccanismi, le condizioni che attengono alla conoscenza.
Rientrando nello specifico del modo c più volte richiamato, non è difficile identificare in esso, parallelamente a quanto definito per i modi a e b, cioè comportamento deduttivo e comportamento induttivo, un comportamento dell'esistenza, proprio per questa sua vitalistica oscillazione, come ho già scritto, entro i due poli tra i quali si di-batte.
In questa figura, di una trinarietà impropria, in effetti i termini sono propriamente due (1 - 3), essendo il terzo (2) intermodalità di relazione tra i precedenti oppure campo in cui i precedenti si attivano, oppure ancora campo mediatico in cui si realizza in forma concreta il messaggio, genericamente, comunicativo.
Un'altra ipotesi, e questa più convincente per la sua valenza di processo rispetto ad una di comunicazione, richiama quanto sta avvenendo nel campo della ricerca sull'Intelligenza Artificiale. Qui la binarietà, intesa come logica binaria (ed in questo caso non solo teoria ma anche concreta tecnologia elettronica), sta diventando 'sfumata' e ciò sotto la spinta del polivoco e complesso reale cui la logica deve far fronte. Ma sono evidentemente questioni abbastanza diverse, anche se diversità non significa totale irrelabilità dei due ambiti.
Resta il fatto che quando una tecnologia e/o una teoria affrontano il reale, le certezze sfumano non nel senso che si vanificano ma richiedono procedure più complesse e/o adeguate.
Credo che l'umanità, nella sua avventura per la sopravvivenza (e spesso, purtroppo, per la sopraffazione), abbia sempre sperimentato, a vari livelli, questo contrasto problematico.
E qui si potrebbero aprire ulteriori e plurime derivate, con digressioni su ciò che esso può riflettere, ma non rivelare, cioè il processo tendente ad una normalizzazione totale, sintassi totale o, per dirla con termine di angosciante attualità, pensiero unico, ultimo e definitivo accadimento tecnologico.
Comunque, lasciando in sospeso l'in-pertinente, ora, questione, un ulteriore atto affermativo che è possibile fare ancora sul modo C riguarda la convinzione che è nel suo ambito che avviene il processo di mutazione della binarietà che ha caratterizzato l'ultimo periodo delle mie ricerche (le prime sperimentazioni in tal senso risalgono a cavallo degli anni 1970/80). Ambito nel quale, è già stato accennato, la concretezza delle contingenze fattuali su cui si esercita l'intervento operativo si pone problematica di fronte alla necessità dell'elaborazione binaria o viceversa "la binarietà come processo intenzionale codificato sconta i propri limiti nel correlarsi alla alterità del reale sottoposto ad elaborazione". Le scelte operative di sintassi binaria devono qui affrontare e superare complessità o ostacoli non previsti oppure scientemente messi in atto come ostacoli operativi oppure ancora come situazioni lontane dallo stato di equilibrio, intendendo stato di equilibrio non certo uno stato entropico, terminale, ma attivo e integralmente previsto dalla logica binaria, cioè programmatico-causale in senso binario.
E' in questa situazione nella quale la certezza si rarefà che in definitiva avvengono i salti evolutivi, gli azzardi creativi, i cui scarti esplicitano nel contempo i limiti dell'atto (ritorna costantemente questo concetto fondamentale del limite) e le aperture di nuovi fronti di ricerca teorica e prassi operativa.
Non voglio con questo suggerire che tutto l'itinerario qui sommariamente enunciato sia paradigmatico, con gli opportuni adeguamenti, di ogni evento creativo; se suggerimento può ricavarsi in tal senso è solo suggestione inferenziale. Nei fatti l'intenzione è stata soltanto quella di affermare che nella mia ricerca esiste, in forma programmatica, e trasparentemente esplicita poi in ogni concretezza sperimentata, un'autodenuncia del processo globale.
E' l'atto che esplicitando se stesso come articolazione e non come globalità, rivela i meccanismi del suo farsi, genetico e fattuale.
E questa trasparenza può essere un limite (un altro limite) necessario, un autolimitarsi, al limite (!) tra la rinuncia ad una affermazione di globalità (troppa ricerca è alla ricerca di affermazione di globalità, che poi spesso è genericità assolutizzante) e la tentazione di una parzialità dilatata, accentuazione della risonanza dei singoli dati, che trascenda i propri confini.
Una rilettura diacronica di questa trasparenza mi rinvia agli inizi della mia ricerca.
Fernando Melani, nella presentazione di una mia mostra personale alla Galleria Numero du Firenze, diretta dalla indimenticabile Fiamma Vigo, nel 1967 scriveva: "resta in sospeso l'eventuale contributo (di Gianfranco) alla grossa faccenda se una maggiore misurabilità delle operazioni che strutturano l'opera d'arte non debba anche risuonare dentro il giudizio di valore ormai così equivoco nella sua gratuita universalità".
A parte la validità ancora attuale del riferimento al giudizio di valore, devo sottolineare che l'intento cui accennava Melani sulla misurabilità dell'arte non era certamente da interpretarsi come messa a punto di criteri computazionali, quanto (e qui sta la pregnanza dell'affermazione) leggibilità, nelle opere stesse, dello scarto creativo che si rivela-rileva tra una teoria deterministicamente programmatica e le attualizzazioni che questa subisce nel concreto del farsi operativo.
E ciò riconduce, nuova forma-fase di circuitalità diffusa, allo schema dei tre modi da dove sono partito per questo excursus.
Ma ben oltre le possibilità operazionali del processo binario, che quanto scritto finora hanno evidenziato, emerge un aspetto importante e fondamentale per gli ulteriori sviluppi della ricerca. Lo scontro-verifica con la fattualità fa uscire in primo piano la 'complessità' e la necessità che essa sia assunta-assorbita come stato permanente della ricerca, a livello conoscitivo e quindi comportamentale.
Complessità che non è un attributo generico dell'esistente, che appare perché esiste. Tutto il percorso fin qui tracciato ci ha significato che essa è dato culturale, di conoscenza. La complessità può essere supposta ma non la si conosce in quanto tale se non svoltolando continuamente il reale, qualunque esso sia, organizzandolo, segmentandolo, ricomponendolo, verificandolo e continuando a svoltolarlo. Ecco perché‚ poi gli itinerari devono essere tanti, diversificati, intersecati ecc.
Anche in questo panorama di discorso riemerge nuovamente il concetto di limite di cui ho scritto fin dall'inizio. La complessità è essa stessa un limite in quanto rende sempre più problematica la conoscenza/percezione globale del fenomeno sotto analisi.
Nella complessità sfuggono spesso i passaggi al limite (!) tra una faccia ed un'altra della polivoca presenza. E ciò sia in estensione che in intenzione.
E' un limite perché‚ figura mai centrata ed in essa una qualsiasi perturbazione in un loco ne può determinare altre in loci magari lontani, il tutto di difficile previsione.
Il ragionamento umano, viceversa, sembra essersi affermato, almeno in quella che viene definita civiltà occidentale, per cultura e per apprendimento, in modo centrato, sequenziale ed autorefrente.
In altro luogo ho scitto, a proposito di una lettura globale e attuale della mia ricerca: ".....che essa analogicizza una realtà che contiene da un lato la messa a punto, lo specializzarsi ed il rendersi autonomo di un processo razionale, e dall'altro la massa dei dati che, eventi diffusi, non partengono a questo processo e si danno come eventi fenomenici. Il tentativo è forsanche quello di creare una grande tautologia formale".
Ed è in questa ottica che il più volte ripetuto modo C sintetizza più chiaramente il momento attuale della mia ricerca, col suo porsi come modo oscillante nel tentativo di assumere da un lato la complessità del dato e dall'altro di confermare, se necessario ricategorizzandola, la linearità della teoria binaria come facoltà-potenzialità.
Ma tutto ciò può avvenire se lo strumento tecnologico (la sintassi binaria) si fa autogeneratore di mutazioni, sotto lo stimolo provocazione dei dati; essi soltanto sono capaci di generare ricategorizzazioni nelle potenzialità che a monte definiscono le facoltà del processo binario.
E' una scommessa metodologica che, seppur limitata all'ambito ristretto e specialistico della ricerca artistica sperimentale (richiamando così quasi una sperimentalità pura, in vitro, da laboratorio), non disdegna alludere a sensi più vasti di una realtà contemporanea che, quella sì, nel reale intersoggettivo, ricategorizza continuamente presupposti, scenari, prospettive.
Questo lungo ragionamento dovrà ora affrontare più specificatamente (nel tentativo di dare corpo alle parole: impresa difficile perch‚ tali) aspetti e problemi nei quali, nella loro fattività realizzata, sono transitati in forma percepibile i momenti significativi di cui ho scritto fin qui.
Lo farò cercando di condensare ed evidenziare alcuni dei più importanti nessi problematici che la ricerca di questi ultimi anni mi ha reso espliciti.
Per fare ciò, essendo qui fuori luogo ripercorrere storicamente le tappe della ricerca (del resto puntualmente già evidenziate in un altro mio scritto intitolato 'Evoluzione della Binarietà'), mi riferirò alla traiettoria che, nel tempo, la teoria della binarietà ha delineato, nel processo, già menzionato, di ricategorizzazione. La sequenza dell'analisi non percorre quindi sentieri storici, ma agisce per contaminazioni nucleari, quasi una visione dall'alto che permetta sempre di abbracciare l'insieme.
Ciò anche perch‚ la storia degli eventi non corrisponde alla cronologia. Avvengono spesso riallacciamenti ad eventi precedenti ma distanti che, nel tempo, hanno mantenuto in modo sotterraneo carica provocatoria o portato con loro problemi irrisolti che trovano, in mutate situazioni oggettive, condizioni favorevoli per nuovamente emergere.
E' l'intreccio radicolare sommerso che accompagna sempre la ricerca.
Inoltre questa analisi è scelta metodologica cosciente di mettere in atto una sperimentazione di diverso livello comunicativo, pertinente all'uso linguistico del 'parlare di'.
Tutta la sequenza delinea il rilievo del passaggio da una binarietà totalizzante, che prevede ogni aspetto dell'opera, a modulazioni di essa che successivamente, nel corso e nel corpo della sperimentazione, la fluidificano e la rendono operativamente più duttile nel confronto con l'abinario.
L'emergere primigenio di questa sequenza si rileva in una forma che indico come 'binarietà assoluta'. L'opera nella quale essa appare ha la caratteristica di essere strutturalmente assemblata nello spazio con criteri che genericamente definisco abinari, cioè non derivati da una applicazione ortodossa della onnicomprensiva sintassi binaria. Questa peraltro attua una elaborazione di forme che, come diffuse e circolanti nello spazio, si proiettano sui supporti materici, veri e propri ostacoli-rivelatori.
A questo stadio tuttavia il processo binario è ancora sintatticamente integro per quanto è dato vedere nelle forme in cui si sostanzializza.
Dove invece l'integrità del processo comincia ad incrinarsi si determina una 'binarietà instabile'. Cioè la sua integrità formale si ricompone solo a conclusione di un percorso percettivo nel tempo e nello spazio, che presuppone lo spostamento alternante del punto di osservazione da parte del soggetto e conseguente memoria percettiva. La binarietà si dà qui in forma fratta e la sua ricomposizione avviene solo come epifenomeno dell'esperire soggettivo a causa anche di una copresente forte strutturazione espressiva dell'opera.
Questa ambiguità fa scattare un'ulteriore diversa connotazione del processo binario, la sua 'riduzione epistemica'. Esso subisce cioè, oltre l'instabilità, una riduzione di senso e di importanza in ciò che concerne la lettura-conoscenza dell'opera stessa in termini binari.
E' da notare che queste mutazioni non sono, nella pratica della ricerca, irreversibili, ma certamente introducono varianti, anche comportamentali, che marcano il primitivo totalizzante processo binario. Questa marcatura avviene ogniqualvolta emergono eventi operativi nuovi che danno luogo, così lo definisco, ad un meccanismo di rimappizzazione dell'intero processo.
Con ciò intendo che quelle procedure, sequenziali, multiple e correlate (mappe) del processo binario originario, subiscono una rivisitazione che determina il depotenziamento di alcune di esse e l'attivazione, anche modalmente variata, di altre.
Questa risposta è possibile in quanto il processo binario, per costituzione sintattica, è un complesso di elementi alternativi e questa sua caratteristica genera la presenza di multiformi connessioni e interconnessioni, tali da renderlo flessibile di fronte a nuove impellenze operative. Questa caratteristica è in effetti anche quella che sostanzia la possibilità di fornire una risposta a quella che definisco la rottura della congruenza programmatica binaria.
Altro evento constatato, in situazioni diverse, promana dal rapporto tra binarietà e pittura.
Nella accezione che io pratico, pittura è da intendersi come gestualità materizzante, comportamento sostanziativo di matericità, gesto ripetuto e stratificato, oltre ogni referenza espressiva, verso una referenza costitutiva di substrato a strutturazione diffusa. Qui l'intervento binario si fa gesto minimale, perinferenza, con-ponendosi, discretamente e sottilmente, quasi ricordo, traccia mnemonica. Non è superfluo richiamare qui il già citato fenomeno della riduzione epistemica, cui è sottoposta la binarietà.
Ma altrove, quando il fare tende ad un azzardo di più marcata sintesi tra i due momenti, si forma un rapporto dialogico. In questo caso la genitura processuale comune ai due termini è anche esaltazione e limite del rapporto stesso, che si condensa in variegati momenti nei quali gli stessi termini passano dalla con-fusione alla reciproca differenziata esaltazione.
Tutto ciò richiama positivamente il concetto di 'fluidità'.
In questo progressivo evolversi del processo binario, nonostante le mutazioni intervenute, le forme che ne sostanziano l'apparire non hanno ancora interrotto la filogenitura diretta da esso. Ma un ulteriore accadimento ci preavverte che proprio la filogenitura diretta sta subendo un radicale shiftaggio verso un'accentuazione del farsi ontogenetico.
Ciò accade quando il materiale in elaborazione è costituito da un filamento, corda, nastro; qualcosa affrontabile soltanto sul versante monodimensionale. Su di esso la processualità binaria può operativamente intervenire soltanto come scansione, ritmo, successione lineare di marcature discrete.
Un ulteriore farsi discreto quindi, accenno soltanto alla propria origine più lontana e profonda e essenziale, come valore dichiarato. Binarietà come dato dimensionale.
Ancora oltre, la sua permanenza fenomenica nell'opera raggiunge un punto critico di autonomia percettiva quando la strutturazione del dato, ancora qui inteso, come traspare in tutta la trattazione, presenza abinaria da sottoporre ad elaborazione, è così forte e preponderante, positiva, compatta, da lasciarsi esposta all'intervento binario solo in frammenti del proprio corpo ed in modi marginali e deboli.
Assistiamo qui ad un decadimento della binarietà, per questo suo apparire sub-alterna, vera e propria opposizione debole; decadimento quasi nel senso della fisica, osservato come risultato finale di una trasformazione; anche decadimento vicino ad una residuale pura citazione, detto non dicibile.
Ma prima della totale frattura del cordone filogenetico c' è ancora spazio, in questo territorio ormai estremamente assottigliato, per due ulteriori forme di apparizione: una come binarietà inarticolata e l'altra a funzione esclusivamente rappellativa.
La prima è un' appropriazione primaria dello spazio inteso nel suo versante bidimensionale. Appropriazione ed espropriazione come sottrazione ad ulteriori elaborazioni, gesto immediato ed esaustivo: nello specifico due garze occupano il duplice spazio, esaurendolo sia con la loro pregnanza formale-materica sia con la loro presenza, sì bidimensionale, ma sottilmente e percettivamente modulata.
Dopo di ciò l'altra forma, la seconda, oltre l'inarticolato, rimane solo come dichiarativo nominarsi, esplicitando in chiaro soltanto il proprio rapporto quantizzato, 10:20.
Al di là dovrebbe esserci il silenzio, l'altro indefinito. Ma non è certo. I sentieri possono interrompersi per l'estraneo, ma il nativo sa dove proseguono e possono ricominciare, avere nuovamente inizio, anche da un punto più arretrato e portare ben oltre. Vediamo allora questo ulteriore ultimo esito, uscendo dalla semiseria e semifilosofica immagine escursionistica.
Questo esito accade quando la binarietà è implicata in eventi elaborativi che autonomamente presentano forti esaltazioni del duale (non di matrice binaria), sia esso il raddoppio di una forma, il calco e l'originale, il prodotto di due identici successivi interventi su una corporeità ecc.
In questi casi, nell'ambiguità della referenza originale del duale e di fronte alla sua pregnanza espressiva, la binarietà sembra sparire (anche se binario può essere iperonimo di duale, ma non decisamente), vanificarsi; ma io dico residuarsi a semplice referente.
Vediamo allora per quali strade è possibile verificare il senso di questo evento.
Si dimostra qui interessante attuare una contaminazione interdisciplinare con la linguistica attraverso il Triangolo di Ogden e Richards che concerne i rapporti tra significante, significato e referente
Il rapporto tra il significante (opera) e il referente (binarietà) è mediato dal significato (doppio - duale). In sostanza il significato (doppio - duale) è l'immagine del referente (binarietà) che ci perviene se abbiamo assunto la cultura binaria così come si è determinata nella storia soggettiva della ricerca.
Lo schema sopra indicato può sopportare un'ulteriore contaminazione e precisamente con lo schema proposto all'inizio e riferentesi alla formula 'dire è il dire del dire'. Se infatti lo organizziamo vettorialmente come il Triangolo di Ogden e Richards abbiamo
...................
Anche in questo schema il rapporto tra 'dire' - evento concreto - e 'del dire' - realtà potenziale - è mediato da 'è il dire' che è l'immagine attuale attraverso la quale 'del dire' si rivela.
Senza voler troppo caricare questi schemi di significati (!), coerenze, similarità, mi sembra che anche qui quello che precedentemente abbiamo indicato come modo C si riveli essere particolarmente congruente con uno degli attributi della ricerca binaria e cioè processo operazionale, circuitale, a tautologia autofondante.
Dopo di ciò, e per concludere, devo aggiungere che la ricerca binaria, oltre agli attributi che via via ha assunto e che ho cercato di riassumere in questo scritto, ne ha un altro: prevede la propria messa in crisi (e questo lo abbiamo visto) e la propria negazione.
Una delle regole fondanti della sintassi binaria (beninteso sempre come io l'ho elaborata) prevede scelte alternate che riguardano vari aspetti della procedura. Tra queste scelte esiste anche la coppia presenza/assenza. Può pertanto verificarsi il caso che tutte le scelte siano orientate sul secondo termine. E allora: assenza totale.
E qui il discorso può ritenersi, per ora, concluso.
Gianfranco Chiavacci - aprile 1995