Photogrammi, Ricerche fotografiche e la scoperta della tridimensionalità fotografica: gli anni settanta nella fotografia di Gianfranco Chiavacci

Le prime sperimentazioni fotografiche di Gianfranco Chiavacci che superano l’uso documentaristico del mezzo risalgono al 1968, anno in cui l’artista realizza due Photogrammi, opere coeve alle esperienze pittoriche delle Aerograforme. Il parallelismo tra le due ricerche non è casuale: nelle Aerograforme un colore liquido spruzzato su elementi tridimensionali posizionati su un cartoncino nero genera il segno nel punto in cui il colore arriva o non arriva; nei Photogrammi, realizzati in camera oscura secondo una tradizione ben nota — quella di Man Ray, che Chiavacci conosceva — è la luce ad arrivare o non arrivare sulla carta fotosensibile, producendo un’immagine negativa in cui le zone coperte dagli oggetti restano chiare e quelle esposte si scuriscono. I due Photogrammi restano tuttavia un episodio di valore essenzialmente sperimentale: un primo, intuitivo affondo nel rapporto binario luce/non luce, non ancora sistematizzato.

È solo tre anni dopo, nel 1971, che Chiavacci compie il passo davvero innovativo, elaborando un metodo strutturato in quattro processi generativi — Sfocature, Rotazioni sul piano, Rotazioni nello spazio, Traslazioni — per indagare il mezzo fotografico come macchina atta a registrare un fenomeno luminoso, non come strumento documentario. Nascono così le Ricerche fotografiche, corpus ampio di scatti e stampe, prevalentemente in bianco e nero, con soggetto cartoncini e filamenti metallici trattati con colori luminescenti e illuminati con luce di Wood.

Gli anni Settanta sono per Chiavacci una stagione di intensità straordinaria: da questa ricerca scaturisce infatti una consapevolezza teorica di portata più ampia, quella della tridimensionalità della fotografia — oggi è opportuno precisare, analogica — risultato dell’erosione di uno strato fotosensibile dovuta all’azione combinata di luce e agenti di sviluppo chimici. È a partire da questa consapevolezza, unita a una concezione sempre più concettuale del mezzo fotografico, che nel 1975 Chiavacci realizza il Pulisci scarpe: opera tridimensionale costituita da una stampa fotografica ai sali d’argento di uno zerbino metallico su un pavimento del centro cittadino, dove la sagoma dell’oggetto viene incisa e rialzata a evidenziare la terza dimensione — non solo dell’oggetto ritratto, ma della fotografia stessa. È un’opera-cerniera, dall’impatto fortissimo su tutta la produzione successiva: apre di lì a poco alla stagione delle sculture fotografiche e conduce Chiavacci a concepire l’intera pittura come atto di porre del materiale su una superficie — una percezione sempre più consapevole della materia pittorica, che in quegli anni assumerà infatti la consistenza di un impasto di segatura di legno e colore vinilico, vero e proprio pittorico materiale fotosensibile.

Photogramma, stampa vintage su carta ai sali d'argento, 1968.

Aerografoma, colore a spruzzo su carta, 1968.

Quattro Photogrammi di reticoli, stampa vintage ai sali d'argento, 1970.

Ricerche fotografiche, 

stampe vintage ai sali d'argento, 1971-1973.

Primasculturafotografica, Il Pulisci scarpe, 1975.

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